giovedì 5 novembre 2009

Il dott. Kahtzo

Ma noi non smettiamo mai Pol, c'è un algoritmo preciso che comanda quando uno di noi deve scrivere qualcosa, non dipende da noi. Tipo ora tocca a me.

Si chiama Algoritmo di Kahtzo, dall'omonimo dottor Kahtzo che l'ha postulato.

Eccolo in una ripresa di sfuggita in un supermercato (il dott. Kahtzo mi è persona schiva, non vuole essere fotografato).

venerdì 30 ottobre 2009

Anche qui.

venerdì 2 ottobre 2009

Scusate, ma dopo stasera ci voleva

lunedì 28 settembre 2009

Repetita iuvant


Molti di noi dovrebbero trarne insegnamento.

domenica 27 settembre 2009

Tutto è compiuto

martedì 15 settembre 2009

10 settembre

Giorni addietro, mentre andavo all'Università, mi trovavo seduto sull'autobus a pensare e a parlare da solo. Dopo poco, quando mi sono ripreso, ho notato che tutti gli altri passeggeri facevano altrettanto: non parlavano da soli (aspetto che in effetti mi accomuna a pochi altri), ma i lori occhi emanavano una moltitudine di pensieri. Fra loro però c'era anche una bimba di quattro o forse cinque anni. E lei non pensava: guardava semplicemente, guardava ogni cosa. Incrociando il suo sguardo le ho sorriso e ho invidiato e rimpianto quella sua capacità di guardare il mondo.

martedì 8 settembre 2009

17 agosto

Dopo tanti tanti anni, pur essendo sempre stato scettico a tal proposito, mi trovavo infine al suo cospetto. Era seduto di fronte a me, intento a scrivere appoggiato su un lucente tavolo in marmo; aveva un aspetto indefinibile, ma la mia attenzione si posò quasi subito sul suo sguardo: attento, etereo e rassicurante. Attorno a noi, l'azzurro infinito.

In tutta la mia vita non ebbi mai l'occasione di vedere qualcuno scrivere con tale padronanza di idee, pareva stesse semplicemente ricalcando pagine su pagine già scritte da sempre: "Veniamo a te - mi disse - che cosa hai fatto?". Sollevò la penna, alzò il capo e rimase lì ad aspettarmi pronto a scrivere sotto la mia guida. Accennai un sorriso un po' perplesso e scossi il capo con uno sguardo ebete poiché non avevo ben chiaro cosa mi stesse effettivamente chiedendo. "Prova a pensarci", proseguì in tono sereno. Ogni volta che mi rivolgeva la parola sentivo accarezzarmi il cuore, ma in quell'ultima frase scorsi un velo di avveduta curiosità, come se già conoscesse quanto desideravo confessargli. Chiusi gli occhi per richiamare alla mente le idee e cominciai.

“Ero poco più che ventenne e una sera mi trovavo nella casa di un'amica. Eravamo io e lei soli, seduti sul letto. Il suo ragazzo l'aveva appena lasciata ed ella continuava a piangere a dirotto sulla mia spalla. Non sapevo cosa dire, cosa fare, qualunque mio intervento mi sarebbe parso inadeguato a lenire il dolore che stava provando. Per tentare di tirarle su il morale le dissi che il mondo in fondo era pieno di pesci, cercando di lasciar trasparire anche un'accezione sessuale per strapparle un sorriso. Non funzionò. Rimase inerte alle mie parole, continuando a singhiozzare sulla mia spalla. Bel coglione che sei, mi dissi”.

In quell'attimo feci una pausa, aprii gli occhi chiedendomi per quale motivo stessi raccontando proprio a Lui un episodio tanto insignificante. Arrossii della mia stupidità, ma allo stesso tempo mi accorsi che da quando avevo cominciato a parlare, aveva scritto ogni cosa, senza perdere una parola. Quella vista mi rasserenò,chiusi gli occhi e continuai a parlare.

“A un certo punto, in quel silenzio che iniziava a farsi insopportabile, presi coraggio e le parlai nuovamente: Sai, verrà un giorno in cui te ne starai seduta in un pub, triste e disillusa come al solito e ti chiederai come sia possibile che la vita possa essere tanto vuota e insensata. Ma proprio in quel momento qualcuno si avvicinerà a te, ti si siederà a fianco e con un sorriso un po' grullo comincerà a parlarti di una moltitudine di stupidaggini, sperando di catturare la tua attenzione. E così dirai a te stessa: certo che sono proprio fortunata, il solito rompiballe stavolta è pure tonto. Poi però, malgrado i tuoi continui rifiuti, un giorno riuscirà a strapparti un appuntamento. Cosicché ti accorgerai che quel sorriso, oltre ad essere un po' grullo, sarà anche straordinariamente luminoso, ti accompagnerà sempre e sempre sarà rivolto soltanto a te”.

I suoi singhiozzi si fecero più radi e silenziosi. Continuai: “E quel sorriso rimarrà immutato quando passeggerete mano nella mano tra i boschi, quando nel vostro letto vi parlerete a sussurri per non svegliare il piccolo bimbo in mezzo a voi frutto del vostro amore, quando starete di fronte al camino e, oramai un po' sdentato, esso sarà ancora rivolto a te fino alla fine dei suoi giorni. A quel punto risollevò il capo e mi guardò intensamente negli occhi: dimmi sinceramente, pensi che queste cose accadano sul serio? Mi fermai un attimo a riflettere, poi le risposi: sinceramente non lo so. Ma sai, quando un giorno morirò e mi troverò di fronte a Dio e lui mi chiederà che cosa ho fatto della mia vita, io vorrei rispondergli...”

In quell'attimo mi bloccai. Aprii gli occhi e infine compresi il dolce tranello in cui ero caduto. Aveva smesso di scrivere e mi guardava dritto negli occhi. Tutto attorno a noi il cielo prese vita e si tramutò di mille colori: vidi squarci del mio racconto rivivere in quell'infinito, le mie parole, come il soggetto di un film, mutate in immagini. Apparivano sfocate, confuse, eppure le sentivo così reali, così mie. Di fronte a quello spettacolo, il mio sguardo scintillante si volse verso di lui e gli dissi: quando vedrò Dio vorrei potergli raccontare che ho amato una donna con tutto me stesso.

Egli non disse nulla. Appoggiò la penna e con un gesto avvolgente sfiorò quel tavolo in marmo come se stesse muovendo un oggetto invisibile. Fui catapultato di colpo nell'abisso e mi trovai seduto su un letto. La mia amica mi stava accanto e mi stringeva con forza.

Tutti quegli anni ancora non erano trascorsi e sorrisi della mia stupidità, poiché quello era stato soltanto un sogno ad occhi aperti. O magari no.

giovedì 3 settembre 2009

"Sarà una merda. Non è ancora uscito, ma di certo sarà merda"

Questa sera avevo appena finito di vedere il film Milk, diretto da Gus Van Sant. Così, tanto per curiosità, ho cercato su Facebook la sua pagina e per caso mi sono imbattuto in un gruppo intitolato"I film di Gus Van Sant fanno cagare". Chiaramente ognuno può avere le proprie opinioni su qualunque cosa. Ma quando poi ci si inoltra all'interno della pagina, si rimane effettivamente un po' perplessi di fronte a commenti di questo tipo:


Una sola parola: bravo.

domenica 30 agosto 2009

10 agosto

Nella notte in cui il cielo sembrava essere più triste, poiché s'inondava di lacrime stellate, egli era lì su quella spiaggia muto e solo. Con gli occhi lucidi rivolti verso l'alto attendeva un segno, una risposta. Quei piccoli fuochi nel mentre continuavano a gocciolare: si generavano all'improvviso esplodendo in una parte di cielo, per poi diradarsi di lì a poco, percorrendo un'esistenza breve e intensa.

Non era ciò che cercava. Non era alla ricerca di un modo per esprimere i propri desideri, ma bramava il desiderio stesso. Voleva un sogno tutto per sé da accudire, da accarezzare, da realizzare e da poter vivere.

A dire il vero una specie di sogno lo aveva in mente, ma esso continuava a straziarlo. E non appena la luce di una di quelle stelle divenne più intensa fu costretto a chiudere gli occhi, e l'umidità che oramai da qualche minuto ingombrava la sua vista, si fece acqua e cominciò a piangere. In quel momento era come se tra i due, lui e il cielo, venisse a crearsi una sorta di armonia, pareva quasi potessero comprendersi l'un l'altro. Ed oggi non sappiamo se egli avesse davvero compreso quali fossero i sentimenti del cielo, ma quest'ultimo, di certo, ascoltò i suoi.

Quando riaprì gli occhi ancora gocciolanti di lacrime lo prese di colpo una fitta alla gola, tanto era lo spavento che lo sconvolse in quell'attimo. Una figura umana era comparsa di fronte a lui. Restava sospesa sfiorando le onde, aveva un colorito pallido che rifletteva la luce della luna, ma il suo corpo non proiettava alcuna ombra né sulla terra né sull'acqua. Indossava una specie di lungo lenzuolo che, malgrado la spuma marina, non si scomponeva, rimanendo asciutto e intatto. Nonostante la pelle cerea poi, le linee del suo corpo erano sinuose e ben proporzionate: pareva vecchio e giovane allo stesso tempo.

L'immobilità assoluta contraddistingueva la sua presenza, aveva il capo chino cosicché il suo volto rimaneva immerso nell’oscurità ed era impossibile distinguerne i lineamenti. Egli intanto, benché spaventato a morte, scorgeva in quello spettro qualcosa di familiare. Dopo qualche minuto di cosmico silenzio, in cui persino il mondo stesso pareva essersi ammutolito, esso prese infine la parola e disse:

"Lo desideri davvero?".

"Che cosa?", gli rispose.

Fu ancora silenzio, ma poi comprese e continuò:

"Sì, mi va bene così".

Una strana energia rossastra avvolse quella figura eterea che parlò con maggior fervore:

"La felicità, la cui ricerca è il fine ultimo di ogni uomo, va scoperta e custodita ogni giorno, anche ricominciando dalla proprie ceneri. Non lo credi anche tu?".

Egli abbassò lo sguardo e non rispose.

"È sia", disse lo spettro.

Questi alzò finalmente il capo ed egli riconobbe se stesso in un volto di morte. Da quel viso improvvisamente sorsero delle fiamme che si spansero nell'aria come in un vortice. Egli chiuse gli occhi per proteggersi da quella luce accecante, ma quando li riaprì la direzione del suo sguardo era cambiata: vide se stesso riverso sulla spiaggia privo di sensi. In un attimo capì cos'era accaduto e percepì il suo volto infiammarsi di un calore immenso, mentre la sua vista cominciò ad annebbiarsi a causa di quelle lacrime di fuoco. Provò a chiudere gli occhi ancora un'ultima volta per non rimanere abbagliato da quella luce di cui era egli stesso la fonte, ma quando tentò di riaprirli non vi riuscì più, poiché in un attimo si fece cenere, che si abbandonò al mare.

sabato 29 agosto 2009

le cose minute


Non sono che case, che finestre

poco più che indizi minuti questi miei

passaggi lenti; perché allora li armi

contro di me amore quando chiedo

come a Dio uno sguardo sincero?


Per te la colpa è mia perché non voglio

darmi tutto, e malato sono di poesia

e scanso l'abbraccio del mondo.


Ma ti giuro che i miei versi

sono te stessa, ogni parola sei tu

mentre sfogli una pagina in fretta

e ti stringi al mio braccio, o mentre fumi

senza aspirare l'ultima sigaretta.

(F.C.)

mercoledì 22 luglio 2009

La cosa più bella del mondo

Io e lei, in quel periodo, dormivamo tutte le notti in quella piccola soffitta. Ricordo che era così bassa che, non appena alzatomi, dovevo ritrovare in fretta una certa lucidità, poiché altrimenti ci avrebbe pensato il tetto stesso, che mai arretrava malgrado i colpi che non gli facevo mancare.

I primi giorni dormivo poco. Non era certo colpa del letto a due piazze che avevamo abbozzato accorpando alla buona due vecchi materassi, era a causa dell'ansia: avevo paura che lei potesse non dormire tranquilla, che rimanesse agitata a causa di quella situazione un po' diversa dal solito. Mi sentivo responsabile della sua serenità. Fortunatamente, a parte un lieve turbamento che la coglieva non appena si sdraiava, dormiva sonni tranquilli. Così, in una di quelle notti che trascorrevo senza prender sonno, a ridosso dell'ora in cui il sole, come direbbe De André, si accingeva a violentare quell'oscurità, notai una cosa particolare: la piccola finestrella sopra di noi, posizionata direttamente sul soffitto, illuminava il corpo di lei di un'irreale luce blu. Era strano. Perché quella polvere di aurora si depositava invero su tutta la stanza, ma soltanto quando incontrava la sua pelle assumeva quella sfumatura, quella consistenza. Ed era come se quella luce incantata fosse viva, vibrasse, si agitasse: era come se il cielo, al momento del suo risveglio, si specchiasse in lei.

Quella luce blu non l'ho mai più vista. Ma ringrazio Dio?, il fato?, la fortuna?, per avermi smosso da una mera contemplazione, donandomi il coraggio di stringere a me quell'angelo, di sentirne il profumo e, infine, di svegliarlo con un bacio.

giovedì 9 luglio 2009

La nostra nazione

sabato 27 giugno 2009

La fragilità di quel gigante di fronte a mamma e papà

Il mio primo contatto con la conoscenza lo ricordo bene: fin da subito mi era sembrata come un immenso gigante, la cui energia si sarebbe potuta infiltrare nelle falle del mio animo, sigillando ogni mia debolezza. Ne rimasi affascinato (soggiogato?), attratto, affamato e pensavo sinceramente che nella mia vita essa avrebbe potuto colmare ogni perdita. Immaginavo che aderire totalmente alla conoscenza significasse raggiungere un'inevitabile felicità: poiché le energie spese e il tempo trascorso ad imparare non avrebbero fatto altro che accrescere le mie capacità, rendendomi una persona migliore.

Con alti e bassi, con più o meno volontà, ho cercato di studiare con in mente questo insieme di idee. Oggi, però, basandomi su tale concezione, non sono più in grado di trovare la giusta spinta emotiva per continuare a imparare. Perché la conoscenza intesa in questo senso mi ha portato soltanto a manifestare arroganza, a voler sentirmi superiore agli altri con una motivazione che ritenevo giustificabile. Mi ha portato a provare rabbia nei confronti di un mondo che ritenevo troppo mediocre per meritare di esistere.

Pensare alla conoscenza, all'apprendimento, oggi mi fa sentire soltanto vuoto. Per questo stamattina (ieri), mentre mi trovavo ad un incontro dei giovani del PD con aErico e Gabbo, ascoltando quanto si diceva, la mia mente bacata ha cercato di rivoluzionare i concetti di cui ho raccontato prima. Ed allora ho iniziato a sognare una conoscenza il cui obiettivo principale fosse quello di unire le persone, di aggregare le idee di tutti perché nascesse qualcosa di nuovo, straordinario, unico, ma condiviso da tutti.

Ma il passo più importante, o almeno io lo ritengo tale, è stato quello di provare a riunire all'interno di un'unica sintesi i concetti di conoscenza e amore. Perché se dobbiamo intendere la conoscenza come mezzo per valorizzare e integrare le diversità, ho pensato che l'amore stesso potesse agganciarsi a quest'idea. Perché amare significa trovare quotidianamente il desiderio di volersi incontrare, la voglia di condividere e mettere insieme qualcosa che altrimenti, soltanto grazie ai singoli individui, non potrebbe esistere. Amare significa andare al di là delle diversità di cui io in prima persona sono spaventato; ma per quanto tutto questo sia difficile e faticoso, non posso non crederlo possibile, perché questa magia si ricrea ogni giorno di fronte ai miei occhi, tra persone che non avrebbero mai dovuto incontrarsi.

mercoledì 24 giugno 2009

La paura, di getto, al mio caro amico

Caro amico,

mi capita spesso di riflettere su cosa sia la paura. Probabilmente perché nella mia quotidianità mi accade sovente d'incontrarla, di esserne colpito e di venirne sempre più appesantito. La cosa più strana è che crescendo impari a mascherarla, ad ammansirla ed hai la sensazione di poterla controllare e maneggiare. Ma invece comincia a depositarsi, ti fermenta dentro, attecchisce e ti corrode.

Nei momenti peggiori ti prende alla gola, ti soffoca e il semplice fatto di avere persone accanto ti terrorizza. Hai paura che la tua inettitudine emerga e che divenga materia risibile agli altri, quando invece nella maggior parte dei casi nessuno, giustamente, se ne cura. Da allora inizia un interminabile silenzio, ed in quel momento chi ti sta attorno comincia a provare un fastidioso malessere, inspiegabile in superficie: ma quella tua paura possiede una tale forza che è in grado di respingere ogni cosa.

Vivere nella paura è davvero difficile, amico mio. Perché tutto diventa interminabile ed estenuante. Eppure, ad un certo punto, si sviluppa una sorta di calmante naturale: incertezza, sfiducia e inadeguatezza pongono la paura in un universo di inevitabile accettazione. E da allora si comincia soltanto a sopravvivere, a trascinarsi come zombie da un posto a un altro, senza che nulla abbia più un senso. Osservando impotenti lo scorrere del tempo.

Vedi amico mio, in questi ultimi tempi mi sono sempre più convinto che vivendo si può soltanto crescere. Perché ogni istante passato a vivere è esperienza acquisita, è conoscenza di vita incamerata. Esiste però questa piccola clausola, la paura, che garbatamente può spingerti a regredire, a perdere ciò che ti sei conquistato.

Talvolta, però, ti accorgi di poter sconfiggere la paura quando hai delle persone accanto. Ti accorgi di riuscire ad affrontarla quando hai voglia di esaudire i sogni delle persone che ami. Anche se tutto questo, probabilmente, rappresenta soltanto una pura conseguenza delle tue azioni; la conseguenza di una vita in cui, se non altro, si è provato ad affrontare il mondo a viso aperto da soli, almeno una volta.

P.S. La paura di non essere all'altezza un giorno mi ha aiutato a sopravvivere. Ma per questo ho pagato un prezzo altissimo, perché sono caduto in un fottuto inferno.

martedì 23 giugno 2009

Life = Risk



Vedete amici, siamo seguiti. Cominciano a capirlo anche gli anglofoni.

lunedì 25 maggio 2009

30 maggio, Parco del Valentino, Torino non ha paura


Torino:Sistema Solare è una roba per cui volentieri lavorerei.

sabato 23 maggio 2009

Minchia Puglia!


Quest'uomo qui, va . Quando modellerai per la Pixar magari facci comparire tipo easter egg in qualche fotogramma... Buona strada uomo, te lo meriti.

Appassionata lettrice del MIO blog



sabato 16 maggio 2009

Ministri - Il bel canto

Che cosa stavo aspettando
quando mi è crollato il letto
chiedilo pure a mio figlio
lui viene dopo di tutto
che cosa stavi comprando
quando si è richiuso il cielo
quando hai voluto abbracciarmi
e hai rovesciato il veleno

ed è come se non avessi mai deciso niente...
ed è come se non avessi mai deciso niente...

Che cosa stavo ascoltando
quando è tornato il bel canto
Quando mi hai chiesto Battisti
io da quell'orecchio non sento
Che cosa stiamo aspettando?
Altri diritti del luogo
Tu hai gia venduto le braccia
e sta finendo l'azoto

Hanno dovuto bendarmi perchè vedessi un pò meglio.
Hanno dovuto drogarmi per farmi rimaner sveglio.
Hanno dovuto legarmi perchè godessi più in fretta.
Mi han tolto pure le armi e mi hanno affittato una cuccia.
Hanno dovuto pregarmi perchè continuassi a bere.
Hanno dovuto cullarmi per non farmi vomitare.
Hanno dovuto sudare per prendermi le misure.
Ora mi vestono loro ed io posso tornare a cucire.

ed è come se non avessi mai deciso niente...
ed è come se non avessi mai deciso niente..
ed è come se non avessi mai deciso niente...
ed è come se non avessi mai deciso niente...

Ho aperto troppe finestre
e non so da quale buttarmi
voglio un nemico fidato
voglio guardarlo negli occhi
ci meritiamo le stragi
altro che Alberto Sordi
fatemi uscire di casa
solo per costituirmi

Hanno dovuto bendarmi perchè vedessi un pò meglio.
Hanno dovuto drogarmi per farmi rimaner sveglio.
Hanno dovuto pregarmi perchè continuassi a bere.
Hanno dovuto cullarmi per non farmi vomitare.
Hanno dovuto sudare per prendermi le misure.
Ora mi vestono loro e io posso tornare a cucire.


Raramente mi sono preso così bene per un album italiano degli ultimi dieci anni. Questi meritano, per davvero.

giovedì 7 maggio 2009

Il paese dei capelli bianchi - Epilogo


Apprezzo il chiarimento.

Il paese dei capelli bianchi

Girovagavo senza metà per FB e mi sono trovato sulla pagina delle foto di Raffaele Barberio, direttore del nostro amato Key4Biz. Questa la discussione che ne è seguita.



Mi scuso per la dimensione ma dovevo fare una foto in modo che ci stesse tutto.

martedì 14 aprile 2009

Salutiamo tutti eRico, salutiamo tutti eRico!!

Ciao eRiiiiicooo!!!!

martedì 7 aprile 2009

Ma a me non me ne frega niente?

In onore del RCVDF chiaramente.

mercoledì 25 marzo 2009

Si sappia che nonostante questo io rispetto questa persona



Però faceva troppo ridere...

lunedì 16 marzo 2009

Greco



Attacco personale ad uno dei nostri mentori. Dobbiamo prendere provvedimenti?